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Richiede circa 10' di letturaCiao, io sono Valentina. In ogni puntata ti racconterò delle storie, lontane tra loro nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità.
La seconda stagione parla di donne: donne cancellate, donne umiliate, donne eroine. Donne che con la loro vita hanno davvero lasciato un segno profondo facendo emergere la vera natura del Potere.
Benvenuti a Io Non Sono Nessuno.
Nella scorsa puntata abbiamo ascoltato il silenzio inquietante denunciato da Rachel Carson. Abbiamo visto come una scienziata, mossa da un profondo istinto di cura, abbia svelato la verità invisibile dei veleni chimici, costringendo il potere industriale a mostrare il suo volto più spietato e violento. Rachel Carson ha combattuto contro un sistema esterno per difendere la vita sul pianeta, subendo il fango della delegittimazione.
Oggi restiamo negli stessi anni, a cavallo tra i '60 e i '70, ma torniamo in Italia. E incontriamo una donna che decide di fare un passo ancora più radicale. Se Rachel Carson mostra la verità che il sistema vuole nascondere, la protagonista di oggi fa qualcosa di definitivo: decide che con quel sistema non si può e non si deve dialogare.
Oggi parliamo di Carla Lonzi.
Il legame con Rachel Carson è una linea retta che attraversa la coscienza. Se con Carson la verità diventa un pericolo, con Carla Lonzi il dissenso compie un salto quantico: diventa teorico, assoluto, non negoziabile. Lonzi capisce che le donne non devono chiedere spazio a un mondo strutturato dagli uomini, perché chiedere significa ancora riconoscere l'autorità del padrone. Con lei, il rifiuto si fa totale. Non si media. Si sputa sul sistema.
Carla Lonzi nasce a Firenze nel 1931. La sua è una famiglia della medio-alta borghesia toscana, un ambiente severo, rigido, dove i ruoli sono già tutti scritti. Ma lei, fin da piccola, mostra un'inquietudine che non si lascia addomesticare. Ha un bisogno quasi fisico di indipendenza: già a 9 anni decide di sua sponte di andare in collegio per 3 anni, da sola, lontana dalla famiglia. Carla cresce, studia, legge, si iscrive alla Facoltà di Lettere a Firenze e qui incontra uno dei più grandi storici dell'arte del Novecento: Roberto Longhi. Il critico che ha riabilitato l’arte di Artemisia Gentileschi, ricordate?
Carla è brillantissima. Nel 1956 discute una tesi di laurea splendida sui rapporti tra la scena e le arti figurative. Longhi la adora, capisce il suo talento e le offre subito la possibilità di pubblicarla, che nel mondo universitario significa una cosa sola: il passaporto per una prestigiosa e sicura carriera accademica.
E qui, per la prima volta, Carla Lonzi spiazza tutti. Dice di no. Rifiuta la cattedra, rifiuta il destino da professoressa universitaria. Perché per lei l'accademia è una gabbia, un luogo in cui per essere ascoltata devi parlare la lingua dei padri. E lei vuole la sua, di lingua.
Si sposa, ha un figlio, ma il matrimonio borghese le sta stretto, si deteriora rapidamente e lei sceglie, ancora una volta, la via dell'autodeterminazione, separandosi dal marito. Inizia a lavorare come critica d'arte. Ma non lo fa in modo accademico, no. A lei non interessa catalogare i quadri o fare lezioni colte. A lei interessano gli artisti come persone.
Carla va nei loro studi, accende un registratore, si siede e parla con loro. Dialoga alla pari con giganti dell'epoca come Carla Accardi, Lucio Fontana, Pietro Consagra.
Consagra diventerà poi il suo compagno di vita. Nel 1969 raccoglie queste conversazioni in un libro intitolato Autoritratto. È un successo enorme, un modo totalmente nuovo, fresco e non tecnico di raccontare l'arte.
Ma proprio nel momento in cui è una delle critiche d'arte più stimate d'Italia, Carla compie il suo secondo, clamoroso rifiuto. Sente che anche il mondo dell'arte è un gioco truccato, un sistema di potere maschile dove la donna è, al massimo, la musa o l'eccezione tollerata. E allora, con una mossa che lascia tutti a bocca aperta, abbandona definitivamente la critica d'arte.
«La mia attività nel campo dell’arte era già un inizio di soluzione del problema femminile: era il mio tentativo di emancipazione. Ma l’emancipazione non mi bastava più»
È il 1970. Carla Lonzi, insieme alla pittrice Carla Accardi e all'attivista Elvira Banotti, fonda a Roma il gruppo Rivolta Femminile. Non è un partito, non è un sindacato. È un piccolo nucleo di donne che decide di praticare il separatismo e l'autocoscienza. Si riuniscono tra donne, senza uomini, per partire da sé, dal proprio corpo, dal proprio vissuto.
Insieme scrivono il Manifesto di Rivolta Femminile, che viene incollato sui muri di Roma e Milano. Le prime righe sono una dichiarazione di guerra culturale:
«Le donne non saranno definite in rapporto all'uomo. Su questo principio si basano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L'uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna»
Poco dopo, Carla scrive un saggio dal titolo pazzesco, provocatorio, liberatorio: Sputiamo su Hegel.
Perché sputare su Hegel? Hegel è il filosofo della dialettica servo-padrone, il pilastro del pensiero occidentale e anche di quel sistema che mette costantemente in competizione due parti finché una delle parti non soverchia l’altra. Quel sistema che ancora oggi usiamo e che ha la pretesa di essere l’unico possibile. Carla Lonzi ci sale sopra con i piedi e spiega che la filosofia, la politica, il marxismo, sono tutte strutture pensate dagli uomini per gli uomini. Anche la teoria della lotta di classe, dice Carla, ignora che l'oppressione più antica del mondo è quella dell'uomo sulla donna. La donna non deve integrarsi nella società dell'uomo, non deve chiedere la parità dei diritti, perché l'uguaglianza è un inganno borghese. Chiedere l'uguaglianza significa voler diventare uguali al padrone. La donna deve invece rivendicare la propria differenza radicale.
Ascoltate cosa scriveva il filosofo Jean-Jacques Rousseau, uno dei padri della democrazia moderna, per capire contro quale muro concettuale si scontrava Carla Lonzi. Rousseau scriveva nel suo Emilio:
"Tutta l'educazione delle donne deve essere relativa agli uomini. Piacer loro, esser loro utili, farsene amare ed onorare, allevarli da giovani, curarli da grandi, consigliarli, consolarli, render loro la vita piacevole e dolce: ecco i doveri delle donne in ogni tempo"
Ecco il Potere. Il Potere che si traveste da filosofia democratica ma che ti assegna un unico posto: l'angolo della servitù. E Carla Lonzi a tutto questo risponde con un rifiuto assoluto, senza sconti.
Ma il testo in cui Carla Lonzi entra davvero a gamba tesa dentro l'intimità confiscata delle donne esce nel 1971: La donna clitoridea e la donna vaginale.
Sembrano termini medici, complessi, quasi accademici, ma in realtà il discorso è di una semplicità e di una naturalezza disarmanti. Carla Lonzi prende di petto Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Cosa diceva Freud? Sosteneva che la donna, crescendo, dovesse abbandonare il piacere clitorideo – considerato infantile e immaturo – per approdare al piacere vaginale, l'unico ritenuto "adulto", "femminile" e, guarda caso, legato alla penetrazione e alla riproduzione.
Fatto divertente che vi racconto: il vibratore fu inventato cercando di curare l’isteria femminile e altri dolori muscolari. Questo senza che i medici sospettassero anche solo minimamente che una stimolazione clitoridea potesse realmente portare piacere a una donna: senza la penetrazione da parte dell’uomo, come poteva essere possibile? Se vi va di farvi due risate in proposito, consiglio il film Hysteria con Rupert Everett. Lo trovate linkato come sempre tra le fonti e i media sul sito www.iononsononessunopodcast.it.
Detto ciò, Carla Lonzi, dicevamo, prende le teorie di Freud e risponde demolendole, trattandole come un dogma che ha oppresso generazioni di donne. Spiega, con dati biologici e con una chiarezza assoluta, che il piacere vaginale è un mito culturale costruito a uso e consumo dell'uomo. Il vero organo del piacere femminile è la clitoride, un organo che non serve alla procreazione, ma esiste solo per il piacere della donna.
Il collegamento politico è enorme. La "donna vaginale", per Lonzi, è la donna addomesticata dal patriarcato, colei che modella il proprio piacere e il proprio corpo sulle esigenze e sulle aspettative maschili, accettando la sottomissione in cambio di protezione. La "donna clitoridea" è invece la donna che scopre il proprio piacere autonomo, che non dipende dall'uomo per realizzarsi, che si riprende il proprio corpo.
Lonzi svela il collegamento tra procreazione e sessualità imposto dalla cultura patriarcale. Ci dice che la liberazione sessuale non consiste nel fare più sesso secondo le regole maschili, ma nel ridefinire il piacere partendo da sé. Capite la potenza di questo pensiero? La camera da letto cessa di essere un luogo privato e diventa il primo, fondamentale campo di battaglia politico. Perché il personale è politico.
Carla Lonzi muore prematuramente a Milano, il 2 agosto 1982, a soli 51 anni. Ha vissuto senza pause, scrivendo e pensando fino all'ultimo giorno, consumata da una ricerca incessante.
La sua eredità non si misura nei monumenti o nelle riforme di legge. Carla non voleva riforme, voleva la rivoluzione delle coscienze. Ci ha lasciato uno strumento potentissimo: la capacità di dire di no. Ci ha insegnato che quando un sistema ci umilia, ci cancella o ci chiede di adeguarci per essere accettate, la risposta non deve essere la negoziazione, ma il dissenso radicale.
Ci ha lasciato scritti immensi, come il suo diario Taci, anzi parla in cui demolisce le false identità appiccicate alle donne dalla società e dagli stereotipi.
Oggi, quando sentiamo ancora il peso delle aspettative altrui sui nostri corpi, sulle nostre carriere, sulle nostre scelte di vita; quando vediamo il mondo politico o culturale cercare di "includere" le donne a patto che giochino secondo le vecchie regole del gioco maschile, la voce di Carla Lonzi torna a risuonare, limpida e tagliente.
Ci ricorda che non dobbiamo chiedere il permesso di esistere. Ci ricorda che, come scriveva lei nelle pagine finali del suo manifesto: «Non salterà il mondo se l'uomo non avrà più l'equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione». Il mondo non salterà, o forse sì, ma sarà finalmente un mondo nuovo.
Crediti Musiche
Intro e Outro:
credits to Speak the truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
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