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Richiede circa 10' di letturaSi chiamava Elizabeth Cochrane. E potrei riempire la puntata di oggi con un lungo elenco di tutte le cose straordinarie che Elizabeth ha fatto e vi assicuro che sareste sorpresi di scoprirle tutte. Chi avrebbe mai sospettato che oltre un secolo fa una donna, da sola, ha fatto davvero il giro del mondo? Chi avrebbe mai pensato che il giornalismo sotto copertura è stato inventato da… una donna?
La puntata di oggi racconterà solo alcune delle imprese di Elizabeth, alias Nellie Bly, per celebrare coloro che prendono posizione. Che sono caparbi. Che vanno contro corrente. E che credono sempre in se stessi. Ma soprattutto per ricordare a noi donne di oggi che POSSIAMO.
Ciao, io sono Valentina. In ogni puntata ti racconterò delle storie, lontane tra loro nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità.
La seconda stagione parla di donne: donne cancellate, donne umiliate, donne eroine. Donne che con la loro vita hanno davvero lasciato un segno profondo facendo emergere la vera natura del Potere.
Benvenuti a Io Non Sono Nessuno.
Elizabeth viene da una famiglia estremamente numerosa, è la tredicesima di quindici figli. Viene dalla Pennsylvania, da un piccolissimo paesino che tutt’oggi conta meno di 1000 abitanti. Immaginate che prospettive rosee potesse avere un posto simile alla fine dell’Ottocento. Lo sapete tutti, no? Moglie e madre, lavoro nei campi, bla, bla, bla. Esatto, quella roba lì. Eppure la piccola Elizabeth riesce persino ad andare a scuola ma a un’età preadolescenziale, anche se le fonti non sono chiarissime su questo, è costretta a lasciare: purtroppo suo padre viene a mancare e tutti i figli sono chiamati a fare la loro parte per risollevare le finanze della famiglia. Potete immaginare che fu un duro colpo per tutti loro…e poi nella vita si sa, piove sempre sul bagnato.
La madre di Elizabeth, passato il lutto, si fidanza con un uomo che dopo tante galanterie e cortesie come l’arte del corteggiamento comanda, la sposa per poi cadere nell’alcol. E nella violenza. Il patrigno di Elizabeth è costantemente ubriaco, picchia lei, sua madre e i suoi fratelli più piccoli. Le fonti che ho trovato non riportano molte informazioni sui fratelli più grandi ma verosimilmente possiamo immaginare fossero già fuori casa, e magari sposati e probabilmente già con troppe gatte da pelare per pensare alla madre e ai fratelli minori, vista la vita che si faceva in quei luoghi e all’epoca.
La madre di Elizabeth però non si arrende alle botte e intenta una causa per chiedere il divorzio, sostenendo che il marito la maltrattava, unica condizione che all’epoca consentiva il divorzio per le donne. Elizabeth scopre cos’è la giustizia così: sarà chiamata a testimoniare contro di lui, in favore della madre, che è ancora molto giovane.
Passano gli anni, Elizabeth cresce. Si dice che avesse sempre avuto un temperamento molto fumino, che fosse sempre stata piena di energie e che fosse anche molto testarda.
Riprese gli studi e diventò insegnante, trasferendosi a Pittsburgh. Non sapeva ancora che da questo momento in poi la vita di Elizabeth Cochrane aveva i giorni contati e stava per cominciare invece quella di Nellie Bly.
Nel 1885, sul giornale locale, il Pittsburgh Dispatch, il giornalista Erasmus Wilson sotto lo pseudonimo di The Quiet Observer, risponde in un articolo a una lettera ricevuta da un lettore, un padre preoccupato perché le figlie non si erano ancora accasate e questo secondo lui poteva forse comportare l’impossibilità di sopravvivere per loro. Attenzione: non è un modo di dire. Questo padre era seriamente preoccupato del fatto che le figlie, senza un marito, potessero letteralmente morire perché incapaci di badare a se stesse.
Il buon vecchio Wilson pensa bene di rispondere a questo padre intitolando il pezzo “What girls are good for”. Letteralmente: “A cosa servono le ragazze”. Titolo promettente, eh? Sì, avete già capito: una sagra dello stereotipo di genere e del maschilismo.
Per farla breve, per Wilson, le donne servono a sfornare pargoli e badare alla casa. Se non hanno marito non possono avere nessuna delle due cose quindi a cosa servirebbe la loro esistenza? E, no, ragazzi, non crediate che questi siano commenti miei sul suo articolo, no, no, no: è tutta roba che Wilson sostiene così nell’articolo, anzi, a un certo punto, citando letteralmente, dice che “le donne che lavorano sono una mostruosità”.
Cosa c’entra questo giornale locale con la nostra Elizabeth? Beh, rimase così indignata dalle schifezze che aveva letto che decise di rispondere per le rime, anche lei in anonimo, sotto lo pseudonimo di Lonely Orphan Girl. Leggetevi la risposta perché è roba che fa veramente pensare, la trovate come sempre sul sito www.iononsononessunopodcast.it alla sezione Risorse e Media.
Vi riporto qui il “succo”: le donne al giorno d’oggi dovrebbero avere modo di emanciparsi dalla dipendenza economica dai mariti. Hanno il diritto di vivere la propria vita, senza sentirsi un accessorio. Sentendosi complete anche senza un marito. Hanno diritto a un lavoro dignitoso e soprattutto a un’istruzione che è ciò che le tiene lontane dall’avere un lavoro qualificato, una volta superati i pregiudizi nei loro confronti.
Diritto all’istruzione a parte, a me è parso di leggere davvero un articolo sulla condizione della donna di OGGI non dell’Ottocento. Perché? Non ci crederete ma leggo ancora commenti e post di tantissime persone che continuano a credere il contrario. E mi ritrovo più e più volte a cercare di far capire che la vita è degna di essere vissuta sempre, non in funzione degli altri, ma in funzione di se stessi. Non è un’esistenza inutile la tua, solo perché non fai figli, solo perché non fai quello che la società si aspetta che tu faccia.
Digressioni a parte, il direttore del giornale resta assolutamente sbalordito dall’articolo e dallo stile di scrittura di Elizabeth. Com’è prevedibile però, in redazione nessuno credeva fosse stata davvero una donna a scriverlo, quindi decidono di invitare l’autore per offrirgli un lavoro.
Purtroppo possiamo solo immaginare lo stupore sui loro visi quando una donna si è presentata in redazione.
A testimoniare il fatto che i tempi erano cambiati comunque, Elizabeth viene assunta ma si decide di farla scrivere dietro un nome meno provinciale. Nellie, dal nome di una famosissima canzone dell’epoca. Bly… forse suonava bene? Non lo sappiamo con certezza, ma sicuramente sappiamo che fu il direttore a sceglierle lo pseudonimo.
Nellie inizia così il suo lavoro di giornalista, interessandosi da prima alle condizioni di lavoro delle operaie nelle fabbriche… triste preludio di un evento che accadrà alcune decine di anni dopo, quando nel 1911 prese fuoco la Triangle Shirtwaist, una fabbrica di Manhattan, e tutte le operaie (che costituivano la maggioranza dei dipendenti della fabbrica) morirono nell’incendio perché non c’erano condizioni di lavoro in sicurezza. Le donne venivano anche sottopagate e Nellie sui suoi articoli non risparmiava niente e nessuno: la giustizia e la verità erano la sua guida.
Nellie era inarrestabile: fra i suoi tanti meriti giornalistici, ci fu tra l’altro anche il record di essere la prima intervistatrice della prima donna candidata presidente agli Stati Uniti - Ann Lockwood. Fu anche la prima corrispondente estera per conto del Dispatch, dal Messico, dove fu inviata perché aveva dato troppo fastidio alle lobby degli industriali con i suoi articoli contro le condizioni di sfruttamento delle operaie. Ma a Nellie nessuno poteva chiudere la bocca: fu costretta a tornare negli Stati Uniti perché il racconto di come vivevano i messicani sotto il regime Diaz non fu gradito. Fuggì, ma solo per non rischiare la pelle.
Il ritorno in sede al Dispatch durò solo un anno, quando decise di andarsene. Si dice che sparì con un bigliettino sulla sua scrivania. E si dice che il biglietto recitasse “Sentirete parlare di me”.
Fu così che Nellie si trasferì nella Grande Mela. New York era un focolaio di opportunità per una donna come lei e infatti l’occasione che stava aspettando non tardò ad arrivare: trovò lavoro al giornale di Joseph Pulitzer. Sì, proprio QUEL Pulitzer, quello del premio giornalistico più prestigioso del mondo. Pulitzer all’epoca era già famoso per aver rivoluzionato il giornalismo trasformandolo in una gara a chi fa i titoli più sensazionalistici. Oggi però ce lo ricordiamo per il contributo alla cultura e il giornalismo di qualità. Perché? Volete sapere una verità scomoda? I meriti di Pulitzer non sono tutti di Pulitzer. Una parte sono proprio di Nellie Bly: Nellie si fece assumere infatti con un’idea in testa. L’idea, folle per l’epoca, era questa: entrare sotto copertura al manicomio femminile di Blackwell Island.
Nellie aveva appena inventato il giornalismo sotto copertura. Nessuno prima di lei ci aveva mai pensato. Inutile dire che ciò che fece ebbe un seguito talmente rumoroso nella società statunitense dell’epoca che ovviamente furono tanti a seguire le sue orme. Cosa scoprì Nellie a Blackwell Island? Condizioni igieniche precarie e maltrattamenti. Che le donne non sempre aiutano le donne e che i medici non erano davvero in grado di capire chi dovesse essere rinchiuso e chi no. Ma andiamo con ordine perché il suo lavoro qui fu magistrale.
Il piano era semplice quanto efficace: si presentò da prima in una casa per donne - cos’era? si tratta di una casa/hotel dove le donne dividevano le stanze e le camere, erano tutte donne lavoratrici, e ognuna poteva chiedere di avere un letto per dormire pagando una certa cifra a notte, in cui era inclusa anche la colazione e la cena. Ma riprendiamo il racconto: Nellie si presenta alla casa chiedendo di rimanere per 3 notti.
E inizia a fingersi pazza già dalla sera stessa. Come? Semplice: inizia a parlare delle sue valigie, dice che non ricorda dove siano, né da dove venga lei stessa. E’ bastato veramente poco per allarmare tutte le inquiline, padrona di casa compresa, e chiamare la polizia per avvisare che questa donna non stava bene. Nellie riuscì a passare i controlli di 5 medici, prima di essere dichiarata pazza e inviata a Blackwell.
"Dimmi, sei una donna di mondo?"
“Hai mai avuto degli amanti?”
“Sei mai stata sposata?”
Queste alcune delle domande dei medici. Chiesero anche se aveva allucinazioni o sentiva le voci, ma, da quanto si legge dal suo lavoro, TEN DAYS IN A MADHOUSE, furono solo fra le ultime domande che venivano fatte. No: lo so cosa pensate. “Nell’Ottocento che vuoi che ne sapessero di psichiatria?”, eeeh no, perché qui vi volevo: queste domande venivano rivolte SOLO alle donne. Non era prassi comune quando invece si internavano gli uomini. Non c’è bisogno che vi dica perché, giusto?
Ma il suo lavoro non si ferma qui, ovviamente. I suoi 10 giorni mostrarono anche la cattiveria delle infermiere, che con domande sessiste almeno quanto quelle dei medici, prendevano in giro apertamente alcune delle pazienti. C’era persino una donna straniera che parlava solo tedesco, a cui non fu data nemmeno la possibilità di dimostrare di non essere pazza perché nessuno si era preso la briga di chiamare un interprete.
E poi ancora: il riscaldamento non veniva acceso fino a novembre perché la struttura, gestita dallo Stato, non aveva i fondi. Le pazienti venivano lavate una volta a settimana con un bagno nell’acqua gelata, acqua che stava in una vasca, la stessa vasca che usavano per tutte le pazienti, anche quelle che avevano funghi o altri tipi di malattie alla pelle. I vestiti venivano lavati una volta al mese. La notte non c’era modo di dormire perché le infermiere si aggiravano rumorosamente per i corridoi e aprivano le porte delle camere, rigorosamente chiuse con i chiavistelli, ogni mezz’ora. Anche chi era sana sarebbe praticamente impazzita per la privazione del sonno. Il cibo? Pane rancido per le pazienti, le migliori leccornie per medici e infermiere.
In un’ala della struttura poi c’erano donne che avevano provato a scappare e per questo si erano ritrovate a essere picchiate selvaggiamente, anche quando non opponevano resistenza, prese per i capelli che venivano strappati a ciocche, tanto che alcune di loro non ne avevano quasi più. In un’altra ala ancora, c’erano le donne ritenute pericolose, che avevano diritto a pochi minuti di aria una volta al giorno. Venivano legate tra loro mani e piedi con delle catene e formavano una specie di serpentone zombie. Non parlavano. Camminavano e respiravano, senza più alcuna speranza di uscire da lì.
E ancora una volta, preciso: non sono io che commento così il manicomio, vi sto riportando ciò che la stessa Nellie aveva riportato, criticando praticamente ogni aspetto del trattamento delle pazienti.
Quando fu arrivato il momento, qualcuno della redazione del giornale si presentò sull’isola per tirarla fuori di lì, dicendo che se ne sarebbe preso cura e spacciandosi per il marito di Nellie.
“Ten days in a madhouse” scioccò veramente l’opinione pubblica. Erano troppi i fattori che si erano aggregati in un unico articolo: era appena stato inventato un nuovo modo di fare giornalismo, era una donna ad averlo inventato e ad aver fatto una cosa del genere, completamente da sola, contro ogni buonsenso per l’epoca. Ma lo shock riguardava ovviamente anche lo stato del manicomio: ciò che il pubblico aveva letto non era accettabile nemmeno per l’epoca. La risonanza del lavoro di Nellie fu a dir poco pazzesca e per farvi capire la portata, sappiate che lo stato di New York istituì una commissione per investigare sulla struttura, chiamando persino varie testimoni tra cui Nellie. Al termine dei lavori di investigazione, non solo Nellie ebbe ragione ma furono stanziati ben 1 milione di dollari per migliorare le condizioni delle pazienti. Per darvi una misura di quanti soldi furono stanziati: oggi corrisponderebbero a oltre 36 milioni di dollari. Non bruscolini, insomma.
“Ma lasciatemi dire una cosa: dal momento in cui sono entrata nel reparto psichiatrico dell'isola, non ho fatto alcun tentativo di fingere di essere pazza. Parlavo e mi comportavo esattamente come faccio nella vita di tutti i giorni. Eppure, stranamente, più parlavo e mi comportavo in modo sano di mente, più venivo considerata pazza da tutti”.
Questo che vi ho letto è un estratto del suo lavoro, da me tradotto. L’ho trovato emblematico perché Nellie, per l’epoca, era evidentemente una donna fuori dal comune. E forse già questo la collocava nella fascia “marginale” in un ambiente come quello, tanto che appunto le bastava smettere di fingere, essere se stessa e tutti pensavano fosse pazza.
Ma le sue prodezze non sono terminate. Dopo il grande successo dell’inchiesta sul manicomio, Nellie Bly decide che c’è ancora un altro tabù che doveva rompere: il viaggio.
Qui, devo darvi un po’ di contesto: nell’Ottocento, negli Stati Uniti di allora come in Europa, il viaggio era visto di buon grado solo se era “produttivo”, “commerciale”: se viaggiavi per lavoro, un lavoro accettato dalla borghesia, diventavi un forestiero ed eri ben accettato. Ma se viaggiavi per svago o facevi un mestiere itinerante eri “lo straniero”. Per questo motivo, il tema del viaggio per una donna all’epoca era quindi ben visto solo se la donna seguiva il marito e la famiglia per esigenze di lavoro improrogabili, altrimenti un viaggio lungo come quello tra le Americhe e l’Europa non era assolutamente ben visto per una donna sola.
Nel 1873 era uscito “Giro del mondo in 80 giorni”, di Jules Verne. Aveva conquistato i lettori e le lettrici di tutto il mondo. Anche Nellie che decise così che avrebbe fatto lei stessa quel viaggio e avrebbe anche battuto il record di 80 giorni.
Inutile dire che tutto e tutti si misero di traverso ai suoi piani snocciolando milioni di motivi per cui non avrebbe dovuto compiere quel viaggio: è pericoloso, da sola non va bene, non sta bene per una donna, etc, etc. etc.
Ma ormai abbiamo imparato a conoscere la nostra Nellie, giusto? E quindi come potete immaginare Nellie intraprese lo stesso il viaggio, incontrando persino Jules Verne una volta in Francia. E non solo fece il viaggio interamente da sola attraverso porti, città, treni, navi, carrozze, ma riuscì a battere il record concludendo il suo viaggio in soli 72 giorni.
Nonostante il suo impegno e il suo contributo alla società e al mondo dell’epoca, Nellie Bly è stata praticamente cancellata dai libri. Oscurata e ricordata a malapena per il record dei 72 giorni intorno al mondo. E io lo trovo ingiusto: noi abbiamo il dovere di ricordarla e di ringraziarla per tutto quello che ha fatto, perché l’ha fatto anche per noi che siamo le sue “discendenti” in un certo senso.
Lo trovo ingiusto perché Nellie ha dimostrato che l’equità non è una cosa delle femministe, ma è un diritto di ogni persona. Perché il femminismo è proprio questo: un movimento di emancipazione che parte dalle donne perché storicamente svantaggiate ma non si ferma alle donne, esce dalle sole questioni di genere e attraversa tutta la società, ogni aspetto della vita, e combatte per ogni persona di qualunque genere.
Questa puntata la dedico alle mie sorelle Vanessa e Serena e a tutte le donne del mondo. Che possiate sempre essere un faro attraverso il buio.
Ringraziamento Speciale a Marco Bassi, voce e autore del podcast Racconti senza Buccia, che ha prestato la voce per le parti maschili.
Crediti Musiche
Intro e Outro:
credits to Speak the truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
Freesound.org e YouTube.com Libraries - License CC0:
Decimate - Jeremy Blake.mp3
Hopeless - Jimena Contreras.mp3
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Till I Let Go (Instrumental) - NEFFEX.mp3
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Future - Anno Domini Beats.mp3
Defying Gravity - Density & Time.mp3
Conspiracy Theory - Rod Kim.mp3
Drone Shot - Dyalla.mp3
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