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Richiede circa 10' di letturaLa puntata di oggi comincia prima di tutto con un avviso: ciò che verrà raccontato non è adatto ai più piccoli né alle persone che hanno subito abusi psicologici e fisici. Se non te la senti di intraprendere questo viaggio, prenditi cura di te, passa oltre alla prossima puntata.
Ciao, io sono Valentina. In ogni puntata ti racconterò delle storie, lontane tra loro nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità.
La seconda stagione parla di donne: donne cancellate, donne umiliate, donne eroine. Donne che con la loro vita hanno davvero lasciato un segno profondo facendo emergere la vera natura del Potere.
Benvenuti a Io Non Sono Nessuno.
Nella scorsa puntata abbiamo incontrato Olympe de Gouges. Abbiamo visto come il Potere, quando si sente minacciato, usi la sua arma più affilata ed efficiente: la censura. Il Potere vuole far tacere la donna, vuole che la sua voce scompaia dallo spazio pubblico.
Ma cosa succede quando una donna, nonostante tutto, riesce a parlare? Cosa succede quando quella voce rompe il muro del silenzio, squarcia l'oscurità e urla la propria verità?
Penserete: "Beh, vuol dire che finalmente le donne ce l'hanno fatta!"
No. Succede che il Potere cambia strategia. Non potendo più tacerla, decide semplicemente di non crederle. Decide che la sua parola vale meno del nulla, che il suo corpo deve essere messo alla prova, esposto, sezionato e umiliato fino a data da destinarsi. Perché, dopotutto, quel corpo conta meno.
"Se l'è cercata"
"Guarda com'era vestita…"
"La verità è che vi piace essere fischiate!"
Per capire questa dinamica dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, nella Roma del Seicento. Una città fervente, magnifica, barocca, ma governata da regole maschili ferree e spietate. È qui che incontriamo la nostra protagonista di oggi: Artemisia Gentileschi.
Artemisia nasce a Roma nel 1593. È la primogenita del pittore Orazio Gentileschi. La sua non è un’infanzia spensierata: a soli dodici anni perde la madre. Rimane sola, in una casa di soli uomini, con un padre padrone che, per proteggerla dai pericoli di una Roma violenta, ma soprattutto per custodire la sua "purezza" di donna, la tiene praticamente rinchiusa tra le mura domestiche.
Ma c'è qualcosa che intriga Artemisia fin dalla tenera età ed è per lei una ventata di aria fresca nella clausura di quella casa: la pittura.
Artemisia guarda il padre macinare i colori, purificare gli oli, dare vita alle tele. Ne rimane ipnotizzata. Comincia a emularlo, a rubare con gli occhi i segreti del mestiere. Nel Seicento la pittura era considerata una pratica esclusivamente maschile; le donne non avevano accesso alle accademie, non potevano studiare il nudo. Eppure, Artemisia è una bimba prodigio. Ha un talento così dirompente che lo stesso padre Orazio non può fare a meno di riconoscerlo. Nel 1612, scriverà in una lettera alla Granduchessa di Toscana queste parole, piene di orgoglio ma anche di stupore:
«Questa femina, [...] avendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere».
Un talento immenso, un'ascesa fulminea. Ma il Potere maschile è sempre lì, pronto a riscuotere il suo tributo. Orazio, fiero della figlia, decide di affidarla a un collega per imparare la prospettiva. Un pittore talentuoso ma dal carattere violento e rissoso: Agostino Tassi.
Tassi prova più volte a sedurre la ragazza. Ci prova, e riprova ma viene rifiutato. Più volte. Finché un giorno del 1611, approfittando dell’assenza di Orazio e con la complicità della cerchia di casa, Agostino Tassi decide di violentare Artemisia.
Nel verbale del processo che seguirà, le parole di Artemisia descrivono quel momento con una crudezza e un realismo spaventosi, gli stessi che poi metterà nelle sue tele.
Non sarò certamente io a censurarla quindi ve le leggo io stessa, perché TUTTI E TUTTE dobbiamo ricordarla:
«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch'io non potessi serrarle et alzatomi li panni... mi mise una mano con un fazzoletto alla gola e alla bocca acciò non gridassi... e appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli...»
Riuscite a sentire il peso di queste parole?
Purtroppo per Artemisia, il peggio non è ancora passato. La violenza non è ancora finita.
Dopo lo stupro, Tassi le promette il "matrimonio riparatore" che consentiva di annullare l'offesa. Sì, l'offesa: non è un termine mio, è un termine giuridico. Lo stupro è stato considerato reato contro la morale e non la persona, quindi è un'offesa alla morale che può essere riparata con un matrimonio.
Ecco cosa si intendeva con "offesa alla morale": era un'offesa che fosse stato consumato un rapporto sessuale fuori dal matrimonio. Sposando la donna il problema era risolto.
"Era il Seicento, purtroppo lo sappiamo che le cose funzionavavno così". Vero. Inoltre c'è da dire che le figlie femmine, grazie a qualità come abilità, grazia, buon temperamento e bellezza potevano chiedere doti molto ingenti. Quindi il danno era anche economico in un certo senso: era un danno al patrimonio della famiglia, un "bene" svalutato sul mercato del matrimonio.
Vero anche questo ma sapete quando è stato abolito il matrimonio riparatore in Italia? Solo nel 1981, con la legge 442. Ieri. Praticamente ieri.
Torniamo alla nostra storia. Artemisia cede a quella promessa, sperando di salvare l'onore, vittima incolpevole di un sistema sbagliato. Anche il padre Orazio sa della violenza. E qui emerge la vera natura del potere patriarcale dell'epoca. Orazio sa, ma tace. Continua a lavorare con il Tassi per quasi un anno. Denuncerà il collega a Papa Paolo V solo nel marzo del 1612. E sapete perché? Perché scopre che Tassi è già sposato, e che quindi il matrimonio riparatore è impossibile. La denuncia non scatta per proteggere la figlia violata, ma perché ormai il "danno d'onore" è irreparabile e non ci si può guadagnare nulla. Da un lato c'era l'aguzzino di un giorno, dall'altro il padre padrone che muoveva i fili della vita della figlia come fosse una proprietà.
Inizia il processo. Ed è qui che la donna che parla smette di essere creduta. Artemisia viene sottoposta a umilianti e continue visite ginecologiche sotto gli occhi della plebe e dei notai. Ma non basta. Per verificare se dice la verità, i giudici decidono di sottoporla alla tortura dei "sibilli": delle cordicelle legate alle dita delle mani che vengono strette fino a rischiare di spezzarle le falangi, pretendendo che solo così verrà fuori la verità. Un danno enorme per una pittrice.
Si dice che Artemisia dopo le torture e mostrando i segni sulle dita abbia urlato in faccia al Tassi: «Questo è l'anello che tu mi dai, e queste sono le promesse!».
Il processo si conclude. Tassi viene condannato all’esilio da Roma, una condanna ridicola che tra l’altro non sconterà mai del tutto, protetto dalle sue influenti amicizie. Artemisia ha salvato la faccia della famiglia, ma a che prezzo? Il suo corpo è stato umiliato, la sua reputazione infangata. La gente di Roma continua a credere ai falsi testimoni pagati dal Tassi che lei sia solo una poco di buono.
Ma Artemisia risponde. E lo fa con l'unica arma che nessuno le può strappare: l’arte.
Subito dopo il processo, dipinge il suo capolavoro più famoso e sconvolgente: Giuditta che decapita Oloferne.
Non so se sapete chi fossero Giuditta e Oloferne, perciò voglio accennarvelo perché non fu caso che questi furono i soggetti rappresentati sulla tela: Giuditta fu stuprata da Oloferne. E con l'aiuto di un'ancella decide di vendicarsi di lui. Lo uccide. Ma nel quadro c'è di più: C'è una violenza fisica inaudita. C'è Giuditta che recide il collo del generale con le maniche rimboccate, il sangue che schizza ovunque, la carne che cede sotto la lama. Se non avete mai visto quest'opera andate a recuperarla online perché merita davvero. Se volete, ho riportato come sempre tutto nella sezione Risorse & Media sul sito www.iononsononessunopodcast.it.
E' piuttosto evidente, no? Il quadro è la vendetta di Artemisia su tela: Giuditta è Artemisia, Oloferne è Agostino Tassi. La pittura diventa lo spazio in cui la vittima si riprende il Potere. Eppure, questa narrazione ha finito per umiliarla e zittirla una seconda volta.
Per secoli, Artemisia Gentileschi è sparita dai libri di storia dell'arte. Cancellata. E quando si è parlato di lei, lo si è fatto quasi esclusivamente in funzione della violenza subita. È stata considerata prima di tutto una donna violentata che dipingeva rabbia su tela, riducendo quindi il suo immenso talento tecnico, la sua sapienza nell'uso della luce caravaggesca, a uno sfogo psicologico. Come se una donna non potesse avere puro genio artistico, ma solo traumi da spurgare sulla tela.
Ci vorrà il 1916 e il critico Roberto Longhi per rendere finalmente giustizia ad Artemisia, analizzando le sue opere per il loro valore oggettivo e mettendola al pari dei più grandi pittori del suo tempo, a prescindere dai traumi subiti.
Sarebbe come dire che Van Gogh dipingeva solo perché era una persona instabile mentalmente. Ridicolo, no? Van Gogh è un pittore famosissimo per il suo talento. Poi dietro quel talento c'è, come sempre, una storia personale che ha influenzato chiaramente la sua arte, ma non identifichiamo Van Gogh con il suo trauma. Perché con Artemisia sì?
I critici Giorgio Cricco e Francesco Di Teodoro ricordano che i suoi successi, ricordando che «proprio in quanto donna, le costarono molta più fatica di quanta ne sarebbe stata necessaria a un pittore maschio».
Siamo arrivati alla fine di questo viaggio.
Vi lascio con un'ultima riflessione: qualcuno ha riletto la storia di Artemisia in quella che è stata definita "la chiave femminista". Qual è il concetto: Artemisia è un'icona femminista perché è colei che ha risposto alla stupro con l'arte, che si è fatta valere vincendo una causa, eccetera eccetera. Beh, io vi dico quello che penso: non sono d’accordo con questa definizione. Non c’è assolutamente niente di femminista in questa lettura.
Perché continuare a guardare i suoi quadri solo attraverso la lente dello stupro significa fare esattamente quello che facevano nel Seicento: considerare Artemisia una "donna fuori dal comune" solo in relazione al suo dramma o al suo sesso, e quindi, in fin dei conti, significa trattarla diversamente. Non c’è niente di femminista in un trattamento disparitario.
Il femminismo, quello vero, è un’altra cosa. Femminismo è riconoscere semplicemente la sua bravura nell’arte pittorica. Femminismo è riconoscerla come pittrice, al pari dei suoi colleghi maschi. Più o meno brava? Questo è assolutamente legittimo discuterlo, fa parte della critica d'arte. Ma pittrice. Non donna violentata e abusata. Non un'eccezione della natura da guardare con morbosa curiosità. Pittrice e basta.
E allora la domanda diventa un'altra: è stato femminista il comportamento di Artemisia?
Sì, lo è stato. Lei non voleva essere un manifesto ideologico; lei ha cercato solo di muoversi, di esistere e di farsi spazio là, nei luoghi che le venivano preclusi proprio perché donna. L’ha fatto per le donne del futuro? Onestamente questo non lo possiamo dire, non possiamo fare un’analisi delle sue intenzioni.
Possiamo dire una cosa, però, ed è l'unica che conta davvero: ogni donna pittrice che è venuta dopo di lei, ha potuto prendere in mano un pennello o essere creduta anche grazie allo spazio che Artemisia, con le sue mani torturate, ha strappato al silenzio.
Crediti Musiche
Intro e Outro:
credits to Speak the truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
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