Scopri video, libri e documentari relativi all'episodio.
Richiede circa 10' di lettura“Liberté, égalité, fraternité”. Bellissimo motto.
Lo conosciamo tutti: è il motto della rivoluzione francese. Il motto che ha accompagnato il popolo alla rivolta contro il tiranno.
Peccato che poi sia stata la borghesia a riscrivere le leggi.
Peccato che in realtà quelle belle parole contenessero molti limiti. Molti più di quanto non si pensi.
La protagonista di oggi è Olympe de Gouges. Una donna che ha colpito nel segno, che ha evidenziato le storture della rivoluzione, le ipocrisie di chi la governava. E per questo è stata punita.
Ciao, io sono Valentina. In ogni puntata ti racconterò delle storie, lontane nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità. La seconda stagione parla di donne: donne cancellate, donne umiliate, donne eroine. Donne che con la loro vita hanno davvero lasciato un segno profondo facendo emergere la vera natura del Potere.
Benvenuti a Io Non Sono Nessuno.
1748, sud della Francia.
Marie-Olympe Gouze viene alla luce in un luogo che profuma di campagna. Le sue umili origini non le prospettano un futuro roseo, né un’alta istruzione a dire il vero. La sua lingua è l’occitano, quella dei campi e dei mercati, una lingua che sa di terra e di fatica. Cresce in un mondo piccolo, dove il futuro è già scritto sui palmi delle mani sporchi di chi lavora. Non c'è spazio per i sogni, solo per il dovere.
Immaginate di trovarvi a crescere in un paese italiano, sperso in mezzo alle colline toscane o sui monti umbri, o magari sugli appennini calabresi verso la fine del Settecento. Non ci sono salotti, né teatri, né biblioteche. Solo strade di terra battuta, lavori ripetuti, e la certezza che la tua vita sarebbe assomigliata a quella di tua madre o tuo padre. Ogni giorno uguale al precedente.
Non c’è molto che possiate aspettarvi da questa vita. E qui, esattamente qui, troviamo le due categorie più diffuse di persone: quelle che accettano la loro condizione e fanno il meglio che possono per sopportarla e andare avanti con forza, e quelle che sono irrequiete, che non riescono ad accontentarsi, che hanno il fuoco nell’anima e brucerebbero il mondo. Ci vuole una forza immensa per entrambe le scelte, ma la nostra protagonista apparteneva alla seconda categoria.
Marie-Olympe all’inizio è una donna rassegnata al suo destino: convola a nozze forzatamente e avrà da quel matrimonio il suo unico figlio. Per molte sue coetanee è solo una tappa del tutto naturale della vita. Per lei invece era un obbligo, una gabbia. Non che non si riconoscesse nell’essere madre, ma il matrimonio… era la “tomba dell’amore e della fiducia” secondo lei. Sognava, già all’epoca, una legge che consentisse a una coppia di stare insieme e separarsi se necessario e che, una volta separati, avesse consentito a entrambi di fare altri figli legittimi con altri. Sì, Marie-Olympe sognava il divorzio, ma non solo per lei, per tutte. Coerentemente con questo pensiero, non si risposò più.
Proviamo a indossare le sue scarpe: siamo nella Francia di Luigi XVI, non a Parigi, ma in un paese; la società non deve essere stata magnanima con lei. Chissà quante volte l’avranno presa per pazza! Quante volte si sarà sentita sola?
Dopo esser rimasta vedova, decise che avrebbe cambiato vita. Cominciò dalla cosa che ci identifica prima ancora di qualunque altra, da quando siamo in fasce: il nome. Divenne così solo “Olympe” e poi trasformò il cognome in Gouges e aggiunse la particella borghese “de”, probabilmente per nascondere le sue umili origini. A quel punto partì con il figlio e un amico, Jacques Biétrix, alla volta di Parigi, dove avrebbe trovato la sorella, residente lì con il marito.
Un salto nel buio, sì, inseguendo il suo desiderio: farsi spazio nei salotti parigini come autrice. Anzi, come “autore” a dire il vero: non esisteva ancora questa parola al femminile infatti. Già solo questo dovrebbe farvi comprendere la portata rivoluzionaria di ciò che Olympe voleva conquistare. Era davvero al pari della nostra conquista della Luna.
Con la sua modesta istruzione però Olympe dovette faticare tanto. Scrisse di tutto, fu autodidatta, e si cimentò con saggi, drammi, pièce teatrali… riuscì davvero a farsi notare dalla borghesia, grazie alla sorella e all’amico Jacques che la presentarono a tanti personaggi di spicco della Parigi di quegli anni. Olympe sognava un giorno di entrare a far parte integrante di quel mondo luccicante, altolocato, comodo. Olympe sognava la borghesia. E come biasimarla? Tutti sogniamo una vita agiata, una vita migliore, per noi e per i nostri cari. Da madre, lo voleva ancora di più per il proprio figlio, per il quale pretese un’educazione migliore di quella che aveva ricevuto lei.
Ma scrivere, si sa, non è come la matematica: 2+2 fa sempre 4 a prescindere da chi sei e da quali siano i tuoi obiettivi. Scrivere tira fuori il meglio di te, tira fuori il tuo io interiore, più vero. E Olympe aveva davvero molto da tirare fuori… ma pochi l’avrebbero capita.
Iniziò abbastanza presto a essere motivo di gossip, diventando una figura controversa: dalle accuse di plagio, alle antipatie che si era attirata per alcune sue opinioni, considerate troppo estreme, o all’avanguardia. Per non parlare di una delle sue opere più celebri: Zamore e Mirza che denunciava la condizione degli schiavi nelle colonie francesi. L’opera fu accettata con molta difficoltà per la messa in scena a teatro. Senza contare che si era guadagnata a quel punto anche l’astio delle famiglie borghesi che grazie alle colonie e alla schiavitù guadagnavano dei bei soldoni.
Insomma, se dapprima Olympe era sembrata una donna, una madre, intraprendente e certamente avventurosa, un’autodidatta ammirevole, in seguito non furono in pochi quelli che cominciavano proprio a pensare che fosse una spina nel fianco. E più alzava la testa, più si faceva notare, peggio era.
“This is a men’s world”, canta una celeberrima canzone del secolo scorso… ecco, se lo era nel secolo scorso figuriamoci al tempo di Olympe.
Ma le cose peggioreranno ancora: arriva il 1789 e quindi la Rivoluzione Francese. Da anima ribelle quale era, partecipò subito attivamente alla rivoluzione: si battè per gli alloggi per gli anziani, per le vedove con figli e orfani, chiese di organizzare dei corsi per disoccupati e che si introducesse una tassa sul lusso della nobiltà. Nonostante il clima rivoluzionario, certe sue richieste sembrarono troppo fuori dalla società, persino per i rivoluzionari stessi.
Ma poi qualcosa cambiò: Olympe si rese conto forse che la rivoluzione andava in una direzione che non le piaceva. Il popolo iniziava a reclamare la testa del Re e della Regina e a pensare che l’unica forma giuridica che avrebbe garantito l’uguaglianza fosse la Repubblica.
Da qui in poi le cose precipitano per Olympe che non era contro la monarchia in sé, anche se non vedeva di buon occhio la Regina, con il suo scialacquare il denaro dei poveri, ma non riteneva che la repubblica potesse essere l’unica soluzione. Questa posizione la portò sempre più lontana dai rivoluzionari, tanto da essere definita a un certo punto controrivoluzionaria.
Ma la sua condanna a morte fu firmata dopo aver scritto nel 1791 i Diritti della donna e della cittadina, una risposta politica ai Diritti dell'uomo e del cittadino, scritti 2 anni prima. Olympe si rese conto infatti che le nuove costituzioni non parlavano di vera libertà. Il termine “uomo” non era sinonimo di “universale” ma era davvero un recinto. Un recinto che escludeva le donne.
Tutti quei diritti dichiarati, dalla giustizia, all’istruzione, alla proprietà, erano solo reclami da parte di una borghesia maschilista e classista che non aveva la minima intenzione di rendere tutti davvero uguali. La sua carta era una sorta di integrazione alla Costituzione repubblicana: riempiva quei vuoti, aggiungeva parti necessarie. Per lei, senza equità, non c’era libertà e viceversa.
Ma l’avversione alla rivoluzione non si fermò qui: quando i giacobini presero il potere, Olympe iniziò a criticare aspramente il terrore giacobino e la loro repubblica. Lo stesso Robespierre fu nominato in vari suoi scritti critici nei confronti del regime.
La goccia che fece traboccare il vaso fu un manifesto politico, l'ennesimo: fu prima incarcerata, ma anche se era chiusa in una cella non smise mai di dire la sua. Mai ritrattò per chiedere la grazia né si pentì per ciò che aveva detto.
Nel 1793, due settimane dopo la Regina Maria Antonietta, Olympe salì al patibolo.
Si racconta che prima che il boia lasciasse cadere la lama, avesse esclamato: «Figli della patria, voi vendicherete la mia morte!». Ma, l’unica risposta che ottenne fu un coro unanime che urlava «Viva la repubblica!», a mo’ di scherno.
Olympe non muore perché è una controrivoluzionaria. Muore perché ha commesso il crimine più grave per il nuovo mondo “egualitario”: ha preteso che l'uguaglianza non fosse solo un termine astratto gestito dai maschi. Ha preteso coerenza.
E qui finisce la sua vita.
Ma non il problema che aveva sollevato.
Nonostante la sua formazione limitata, Olympe aveva capito che una costituzione fatta di leggi che non si potevano davvero applicare nel quotidiano era una costituzione fatta solo di parole al vento. Olympe aveva capito che se si voleva davvero realizzare una società più equa, allora tutti e tutte avrebbero dovuto avere davvero gli stessi diritti. Aveva fatto emergere una profonda contraddizione: la rivoluzione parlava di libertà, ma lei guardava le strade e non la vedeva. Parlava di uguaglianza, ma solo tra uomini. E allora fece l’unica cosa possibile per lei: scriverlo, urlarlo, ripeterlo, nella speranza di riuscire davvero a cambiare le cose.
Ma vi immaginate quale affronto deve esser stato per Robespierre e i giacobini una cosa simile? Non solo stavano ricevendo delle critiche sensate, critiche che, anche se non piacevano, potevano far perdere loro consensi e potere; ma in più a muovere quelle critiche era una donna, una donna non particolarmente colta per giunta. Cosa voleva questa donna? Come si permetteva di contraddire gli uomini di potere? E qui sta il punto: per i padri della rivoluzione, Olympe non era solo un'oppositrice, era un'anomalia giuridica. Se Ipazia era stata il sapere da cancellare, Olympe è il corpo politico da normare: se non stai zitta, la legge che abbiamo scritto per la libertà diventerà la legge che ti imprigiona.
Ma certe persone, si dice, sono destinate a morire due volte.
Questo affronto tremendo, credeteci o no, rimase lì a bruciare come una ferita nell’acqua salata fino al secolo seguente, quando uno storico connazionale di Olympe, Jules Michelet, scrisse di lei:
«Era molto ignorante, si è perfino sostenuto che non sapesse né leggere né scrivere … questa infelice donna, piena di idee, fu il giocattolo e la vittima della sua irritabilità nervosa. [...] L’indifferenza degli uomini, molto più della loro tirannia, è il tormento delle donne.»
C’è una quantità di machismo in queste due frasi che potremmo distribuire equamente all'intera popolazione mondiale.
Ma battute a parte, su una cosa bisogna riflettere: le parole dello storico non vi ricordano qualcosa? Proprio niente? Tra poco sono certa che vi risuoneranno:
“Sei nervosetta, hai le mestruazioni?”
“Sei troppo lunatica!”
“Le donne non sono portate per le materie scientifiche.”
“Non fare l’isterica.”
E fermo qui questa sagra dello stereotipo.
Voglio concludere questo episodio però ringraziando Olympe: se è vero che probabilmente molti dei temi per cui si è battuta la riguardavano da vicino, è comunque un’antesignana delle femministe. Il suo “Diritti della donna e della cittadina” viene considerato da molti il primo manifesto femminista. E lasciatemi anche dire che, anche se avesse combattuto per quelle cose per interesse personale, ed è tutto da dimostrare visto che si è battuta per gli anziani e per i neri nelle colonie, cosa cambierebbe?
La verità è che senza Olympe non avremmo avuto i movimenti femministi così come sono nati durante la prima metà dell’Ottocento negli Stati Uniti: ciò che molti non sanno infatti è che quei movimenti si ispirarono proprio ai principi della rivoluzione e precisamente ai suoi scritti, in particolare ai Diritti della donna e della cittadina. Se Olympe non avesse osato pensare, non avesse osato scrivere, esprimersi, uscendo dal ruolo in cui il mondo l’aveva relegata, superando i suoi stessi limiti, oggi saremmo sicuramente ancora più indietro rispetto al lungo cammino fino al raggiungimento di una vera parità di genere.
Forse il problema non è mai stato che le donne lottano per sé. Il problema è che quando lo fanno, smettono di essere funzionali al sistema. Smettono di incarnare il ruolo in cui sono state relegate.
La prossima volta che vi daranno di isteriche, la prossima volta che vi diranno di stare al vostro posto, pensate a Olympe. Non serve immaginarla sul patibolo. Non serve vederla immolarsi. Serve ricordarci che tentare di appiattire le parole su un significato solo, semplificare le situazioni per non vedere le sfumature, sono solo modi per non affrontare, coraggiosamente, la realtà.
Ringraziamento Speciale a Marco Bassi, voce e autore del podcast Racconti senza Buccia, che ha prestato la voce per le parti maschili.
Music Credits:
Intro e Outro:
credits to Speak the truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
Freesound, License CC0: 852999__hoshisato__birdsong-and-chirping-in-a-quiet-natural-setting.flac