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Richiede circa 10' di letturaCiao, io sono Valentina. In ogni puntata ti racconterò delle storie, lontane tra loro nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità.
La seconda stagione parla di donne: donne cancellate, donne umiliate, donne eroine. Donne che con la loro vita hanno davvero lasciato un segno profondo facendo emergere la vera natura del Potere.
Benvenuti a Io Non Sono Nessuno.
Nello scorso episodio abbiamo camminato al fianco di Nellie Bly negli Stati Uniti. Abbiamo visto come una donna, armata solo di un taccuino e di una determinazione feroce, sia riuscita a usare la forza della denuncia giornalistica per scardinare le porte dell’ipocrisia sociale. Nellie ha scoperchiato il vaso di Pandora della sofferenza dei più deboli, gridando la verità dall'esterno del sistema.
Oggi facciamo un passo avanti. Ci spostiamo dalle strade di New York alle aule di tribunale dell'Italia di fine Ottocento. Passiamo dalla denuncia all’accesso al potere. Perché la donna di cui parliamo oggi non voleva solo raccontare le storture del mondo: voleva gli strumenti legali per cambiarle. Voleva entrare nella stanza dei bottoni, voleva la Legge.
E quando una donna prova a entrare nella legge, il Potere reagisce in un modo ben preciso: ti dice che puoi esserci, forse, ma non puoi esercitare alcuna autorità. Ti concede uno spazio purché rimanga decorativo. È l'illusione dell’inclusione.
Questa è la storia di Lidia Poët.
Lidia nasce nel 1855 a Traverse, in una valle alpina del Piemonte, da una famiglia valdese molto benestante. Un ambiente colto, aperto, ma pur sempre immerso nelle rigidità dell'epoca. Sin da bambina Lidia mostra un’intelligenza vivace e un’insofferenza per i confini che la società assegna alle ragazze. Studia, ottiene la patente di Maestra superiore, ma non le basta. Vuole l'università. Si iscrive a Legge a Torino.
Immaginatela, in mezzo a aule affollate di soli uomini, con gli sguardi condiscendenti dei professori e i sussurri dei corridoi. Eppure, nel 1881, si laurea a pieni voti discutendo una tesi pionieristica sulla condizione della donna nella società e sul diritto di voto alle donne.
Due anni dopo, il 9 agosto 1883, succede l'impensabile. Dopo aver superato l'esame di abilitazione, Lidia Poët chiede e ottiene l'iscrizione all'Ordine degli Avvocati di Torino. È la prima donna in Italia. Un traguardo storico, una porta che finalmente si spalanca.
Ma il Potere non tollera invasioni di campo.
Il Procuratore Generale del Re non ci sta. Impugna l'iscrizione e si rivolge alla Corte d'Appello. L'11 novembre 1883, la Corte emette la sentenza di annullamento. E le motivazioni inserite in quel testo sono uno dei monumenti più emblematici del sessismo giuridico della nostra storia.
Ascoltate cosa scrivevano i giudici, con assoluta serietà:
“L’avvocatura è un ufficio pubblico, il che vale quanto dire che le donne ne sono escluse.”* E ancora, la Corte si spinge a teorizzare la fragilità biologica e morale della donna, sostenendo che sarebbe stato *“indecoroso e bizzarro vedere le donne discendere nella rissa forense, agitarsi in mezzo allo schiamazzo dei pubblici giudizi, talora accalorarsi in discussioni che facilmente travalicano i limiti della moderazione.”
Ma non si fermano qui. I giudici scrivono che si deve riflettere sul pericolo che corre la magistratura se si concedesse alle donne di indossare la toga, poiché si rischierebbe di vedere
“la serietà dei giudizi compromessa dal vezzo degli abiti, dal pericolo che la prestanza o la bellezza della donna avvocato possa distogliere i giudici dalla severa analisi dei fatti o far inclinare la bilancia della giustizia dal lato della grazia e della seduzione.”
Capite il meccanismo? La colpa dell'eventuale distrazione del giudice maschio non ricade sulla sua incapacità di concentrazione, ma sulla sola esistenza fisica della donna in aula. Lo stereotipo di genere viene elevato a Legge dello Stato, senza alcuna base scientifica o razionale. È la codificazione del pregiudizio. Oltrettutto, implicitamente, vi è anche un pregiudizio nei confronti degli uomini: non penso che tutti i giudici avessero un così grave problema di concentrazione.
Lidia viene cancellata dall'albo. Il concetto era uno: puoi studiare, puoi persino laurearti e avere tutte le carte in regola per l'abilitazione, ma non puoi esercitare l'autorità della toga. Il potere resta nostro.
Ma Lidia Poët non era una donna che si lasciava spegnere da una sentenza.
Lidia non può firmare gli atti? Non può parlare in aula? Bene, lo farà fare a suo fratello Giovanni, anche lui avvocato. Lei lavorerà nell'ombra dello studio, preparando le difese, studiando le strategie, accogliendo i clienti. Ma soprattutto, Lidia sposta la sua azione sul campo dei diritti civili. La sua attività non si ferma, anzi, si amplifica. Diventa una colonna del femminismo italiano ed europeo.
Si batte per il suffragio femminile, ma il suo cuore batte soprattutto per gli ultimi. Diventa una pioniera assoluta del diritto minorile e della riforma penitenziaria. Partecipa ai Congressi Penitenziari Internazionali a Roma, a Parigi, a San Pietroburgo. Viaggia, studia i sistemi carcerari esteri e porta in Italia un'idea rivoluzionaria: la pena non deve essere vendetta, deve essere rieducazione. Prima di lei, in questi termini, solo Cesare Beccaria a Milano, quando ancora l'italia era solo nei sogni degli intellettuali.
Lidia urla la necessità di separare i minori dai detenuti adulti, di creare tribunali specifici per i ragazzi, di proteggere le donne in carcere. Cerca di dare voce a chi non ha voce: ai bambini abbandonati, alle madri Single cacciate dalla società, ai detenuti trattati come bestie.
Tutta questa immensa opera, durata decenni, viene spesso sintetizzata oggi in un unico, grande primato.
Nel 2023 Netflix ha lanciato una serie TV di grande successo intitolata "La legge di Lidia Poët". È grazie a questo prodotto se il grande pubblico ha riscoperto il suo nome. Certo, la serie ce la mostra fuori dagli schemi: le fa dire le parolacce, le attribuisce atteggiamenti da maschiaccio, amanti segreti e uno stile d'azione quasi da detective. La famiglia Poët, quella reale, ha tenuto a sottolineare che si tratta di una totale finzione, perché il temperamento di Lidia era estremamente rigoroso, elegante, fermo ma mai sguaiato.
Ma il vero punto non è la finzione scenica. Il punto è che la serie, come la memoria collettiva, si concentra quasi esclusivamente sul suo essere *“la prima donna avvocata”. Un primato lusinghiero, certo, ma ridurla solo a questo significa farle un torto. Lidia forse vorrebbe essere ricordata anche, e soprattutto, per la sua lotta per i minori e per i carcerati. Lidia non ha lottato solo per sé. Non è diventata un simbolo suo malgrado; è diventata un simbolo perché sentiva il dovere morale di farlo per tutte le donne della sua epoca e per quelle che sarebbero venute dopo.
Solo nel 1920, all'età di 65 anni, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e l'approvazione della legge Sacchi che apriva le professioni pubbliche alle donne, Lidia Poët viene finalmente riammessa nell'Ordine degli Avvocati. Ha potuto indossare quella toga legittimamente solo nell'ultima parte della sua vita.
E ora facciamo quel salto che piace a noi. Veniamo all'attualità.
Oggi le donne possono fare le avvocate, le magistrate, le sindache, le ministre. Il potere formale è accessibile. Ma come reagisce il sistema quando il femminile entra nel linguaggio del potere?
Reagisce esattamente con la stessa resistenza culturale di fine Ottocento. Con lo sberleffo, il rifiuto, la pretesa che certe parole "suonino male".
Ancora poco tempo fa è diventato virale un video, un estratto di Pulp Podcast, in cui si consuma un dibattito tra Giuseppe Cruciani e Saverio Tommasi. Cruciani, con i suoi modi provocatori, si scaglia contro l'uso del termine "Sindaca". Dice testualmente che *"Sindaca non è italiano"*, che è una forzatura ideologica, una ridicolaggine linguistica.
Ecco, quando sento queste uscite, mi torna in mente la linguista Vera Gheno. Vera Gheno lo spiega benissimo: usare termini come avvocata, sindaca, architetta non è un'invenzione femminista radicale, non è femminismo, non è ideologia. È semplicemente grammatica italiana e lo è sempre stata.
Molti dicono: "Eh, ma a me 'avvocata' o 'sindaca' non suona bene". Certo, ognuno di noi ha una sua "grammatica interna", un'abitudine all'orecchio. Ci sta che qualcosa ci sembri strano all'inizio. Ma la lingua ha delle regole. Spesso ci piace dire nel parlato "A me mi" o "Ma però", o magari siamo rimasti scioccati nello scoprire che il famoso "colluttorio" in realtà si chiama "collutorio". Tutte queste parole sbagliate ci suonano familiari, eppure sappiamo benissimo che non sono corrette. Al contrario, avvocata è semanticamente e grammaticalmente perfetto. Ci suona male solo perché non ci siamo abituati. Perché per secoli quei ruoli sono stati occupati solo da uomini, e abbiamo standardizzato il cosiddetto maschile sovraesteso, ovvero l'uso del maschile anche quando ci si riferisce a ruoli che possono essere occupati da donne.
Ma quando va usato davvero il maschile sovraesteso? La linguistica ci dice che si usa quando si parla di un ruolo in generale, in astratto. Se dico: "Il concorso per magistrato è aperto", sto parlando della figura giuridica. Ma se parlo di una persona singola, di una donna in carne e ossa che esercita quella funzione, dire "l'avvocato Lidia Poët" è un errore e, sotto sotto, un tentativo inconscio di neutralizzare il suo genere per ammetterla nell'Olimpo del potere maschile. Come a dire: puoi fare questo lavoro, ma solo se ti travesti linguisticamente da uomo. C'è chi l'ha chiamata la "Sindrome di Yentl": Yetl era la protagonista di un romanzo. Figlia di un rabbino ebreo, quando il padre muore vuole studiare la Torah per rimpiazzare il padre ma la comunità non glielo consente perché è donna. E così decide di travestirsi da uomo. Ecco, Yentl capisce che se vuole essere presa sul serio non può essere donna. Il termine Sindrome di Yentl viene usato in realtà principalmente in medicina per indicare la disparità di trattamento dovuta al genere, ma il concetto resta comunque lo stesso.
Lidia Poët ha passato la vita a scardinare quell'illusione dell'inclusione che le permetteva di studiare la legge ma le vietava di praticarla. Oggi noi rischiamo di cadere nella stessa trappola se pensiamo che basti occupare una sedia senza pretendere il riconoscimento pieno della propria identità, anche nel linguaggio.
I giudici del 1883 temevano che il "vezzo degli abiti" delle donne compromettesse la serietà dei giudizi. Oggi, chi si scandalizza per una "a" alla fine di avvocata dimostra di avere lo stesso identico timore: che la realtà di una donna al potere possa disturbare la rassicurante e millenaria grammatica del privilegio maschile.
Lidia Poët non voleva essere un'eccezione tollerata. Voleva cambiare la regola. E la regola si cambia anche partendo dalle parole.
Crediti Musiche
Intro e Outro:
credits to Speak the truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
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