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Richiede circa 10' di letturaCiao, io sono Valentina. In ogni puntata ti racconterò delle storie, lontane tra loro nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità.
La seconda stagione parla di donne: donne cancellate, donne umiliate, donne eroine. Donne che con la loro vita hanno davvero lasciato un segno profondo facendo emergere la vera natura del Potere.
Benvenuti a Io Non Sono Nessuno.
Nello scorso episodio abbiamo conosciuto Lidia Poët. Abbiamo visto la sua battaglia solitaria per essere ammessa all'Ordine degli Avvocati, un accesso individuale, quasi il tentativo di chiedere il permesso a un mondo maschile di poter esistere nello spazio pubblico. Lidia era l'eccezione che confermava la regola, la "curiosità" che il Potere poteva persino decidere di tollerare, finché rimaneva confinata nei margini del sistema.
Ma cosa succede quando le donne smettono di chiedere il permesso? Cosa accade quando assumono una responsabilità istituzionale?
Succede che sei un'eccezione da guardare con benevolenza. Diventi una presenza fissa e insistente che sfida il sistema.
La storia di oggi ci porta nel cuore dello Stato italiano, dentro le stanze dove si scrivono le leggi e si gestisce la cosa pubblica. È la storia di una donna che è entrata nelle istituzioni e le ha messe in crisi dall'interno. Questa donna si chiamava Tina Anselmi.
Castelfranco Veneto, 1927. Tina nasce in una famiglia normale, ma con radici profonde. Il padre, Ferruccio, è un aiuto farmacista con un passato legato al socialismo. Per questo, durante il ventennio fascista, subisce persecuzioni, la sua vita e quella della famiglia sono costantemente sotto la lente del regime. La madre, Norma, gestisce un'osteria insieme alla nonna materna, Maria. Ed è proprio questa nonna, rimasta vedova presto, caparbia, indipendente ed espansiva, a diventare la figura di riferimento per la piccola Tina. Una donna che non si piega, che impara a stare in piedi da sola.
Tina studia. Frequenta il ginnasio locale e poi l'istituto magistrale a Bassano del Grappa, dalle suore del Sacro Cuore. È una ragazza come tante, cresciuta dentro l'Azione Cattolica. Ma il destino, in quegli anni, non lascia nessuno al sicuro nella propria normalità.
26 settembre 1944. Segnatevi questa data. Tina ha diciassette anni. I nazifascisti organizzano un rastrellamento sul monte Grappa. Catturano decine di prigionieri, ragazzi giovani, che non hanno alcuna responsabilità diretta in atti di guerra.
Per dare una lezione alla popolazione, i soldati costringono tutti gli abitanti di Bassano, compresi gli studenti delle scuole, compresa Tina, ad assistere all'impiccagione pubblica di oltre trenta prigionieri lungo le vie della città.
Immaginate una ragazza di diciassette anni costretta a guardare i corpi di coetanei penzolare dagli alberi. In quel preciso istante, qualcosa si rompe. O forse, qualcosa si allinea per sempre. Tina capisce che la neutralità non esiste. Che non decidere significa essere complici. Decide di schierarsi. Entra nella Resistenza.
Sceglie un nome di battaglia: "Gabriella", dal nome dell'arcangelo Gabriele. Diventa una staffetta partigiana della brigata Cesare Battisti. Chilometri in bicicletta, tra i posti di blocco dei fascisti e i comandi tedeschi, portando messaggi, informazioni, esplosivi nascosti sotto i vestiti. Rischia la vita ogni singolo giorno. A casa, la famiglia non sa nulla; lo scopriranno solo a liberazione avvenuta. Quando la guerra finisce, è lei, insieme a un sacerdote e ad altri partigiani, a sedersi al tavolo delle trattative con il comando tedesco per evitare che la ritirata si trasformi nell'ennesima strage di civili.
A diciotto anni ha già visto la morte in faccia, partecipato alla Storia della sua nazione. E ha capito come si tratta con il nemico. Nel frattempo, nel dicembre del 1944, si iscrive alla Democrazia Cristiana. La Resistenza per lei non è una parentesi da chiudere: è l'inizio della ricostruzione.
Nel dopoguerra si laurea alla Cattolica, fa l'insegnante elementare e comincia a fare politica nel sindacato, prima nella CGIL e poi nella CISL, difendendo le operaie tessili e gli insegnanti.
E qui apriamo una parentesi indispensabile. Perché troppo spesso, quando studiamo la nascita della nostra Repubblica nei libri di scuola, sentiamo parlare solo dei "padri costituenti". Ricordiamo i grandi nomi maschili. Ma ci scordiamo, quasi sistematicamente, delle "madri costituenti". Donne che hanno scritto la nostra Carta, che hanno lottato per inserire concetti come l'uguaglianza e la parità. Tina Anselmi è stata, a tutti gli effetti, una di queste madri della Repubblica. Una donna che ha portato dentro di sé le battaglie e il sangue versato della Resistenza per usarlo come monito, nelle righe della Carta più importante dello Stato.
Nel 1968 viene eletta deputata. E nel luglio del 1976 arriva la svolta storica: Giulio Andreotti la nomina Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale. È la prima volta nella storia d'Italia che una donna varca la soglia di un ministero come titolare. La prima donna ministro.
Provate a visualizzare la scena. Un mondo di completi scuri, fumo di sigaretta, sguardi condiscendenti. E in mezzo a loro, Tina. Ma lei non è lì per fare da tappezzeria o per rappresentare una quota rosa. Lei è lì per fare politica. E le sue non sono riforme di facciata.
Nel 1977 è la prima firmataria della legge sulla parità salariale. Una legge rivoluzionaria che vieta le discriminazioni di genere sul posto di lavoro. Fino a quel momento, una donna poteva essere pagata meno semplicemente perché donna, oppure poteva essere licenziata se decideva di sposarsi. Tina cancella questa vergogna.
Subito dopo, passa al Ministero della Sanità. E qui firma un'altra riforma monumentale, la legge del 23 dicembre 1978, numero 833. Sapete cos'è? È l'istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. La sanità pubblica, universale, gratuita per tutti. Prima di Tina Anselmi, se eri povero e ti ammalavi, speravi nella carità. Dopo Tina Anselmi, la salute diventa un diritto costituzionale garantito dallo Stato.
Ma l'azione di Tina si scontra subito con gli interessi dei giganti. Come Ministra della Sanità, istituisce una commissione tecnica che esamina i farmaci in commercio e decide il ritiro immediato di migliaia di prodotti farmaceutici giudicati inutili o, peggio, pericolosi. Una perdita economica devastante per le grandi multinazionali del farmaco.
Anni dopo, in un incontro pubblico, Tina racconterà un dettaglio inquietante: in quel periodo ricevette tentativi di corruzione continui, "segnali" cifrati che messi insieme equivalevano a una cifra astronomica per l'epoca: 32 miliardi di lire per fermare quel provvedimento. Trentadue miliardi. La risposta di Tina? Un rifiuto netto, sordo, assoluto. L'integrità morale di chi ha visto i ragazzi impiccati a Bassano non ha un prezzo. Il Potere può pure provare a comprarla, ma capisce che Tina non è in vendita.
Siamo nel 1978. Sono gli anni di piombo. Tina è vicinissima ad Aldo Moro, condivide con lui la visione di una democrazia aperta, matura. Quando Moro viene rapito dalle Brigate Rosse, Tina viene incaricata dei difficilissimi contatti tra la Democrazia Cristiana e la disperata famiglia dello statista. Vive da vicino la tragedia dello Stato, il dramma umano e politico che cambierà per sempre l'Italia.
E in quel marasma, affronta un'altra prova gigantesca: la legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza. Tina Anselmi è una cattolica fervente, profondamente credente, cresciuta nelle parrocchie e nell'Azione Cattolica. Intimamente, la sua morale religiosa rifiuta l'aborto. Ma Tina è anche un Ministro della Repubblica. E qui emerge la sua straordinaria statura di statista, la sua profonda comprensione della laicità delle istituzioni.
Il suo ragionamento è di una modernità e di una lucidità disarmanti, che farebbero bene a molti politici di oggi: "Se tu non vuoi abortire, non farlo. Ma questo non è un buon motivo per vietare agli altri di farlo in sicurezza all'interno delle strutture dello Stato". Da cattolica soffre, ma da Ministro firma la legge 194. Perché il bene comune e la tutela della salute delle donne vengono prima del dogma personale. Questa è la laicità. Questo è il rispetto profondo della democrazia.
Ma il vero scontro frontale con il Potere occulto, quello che le costerà la carriera e l'isolamento, deve ancora arrivare.
Nel 1981 Scoppia lo scandalo della Loggia Massonica P2 di Licio Gelli. Una struttura sotterranea, uno Stato nello Stato, che unisce generali, direttori di giornali, banchieri, magistrati e politici di primissimo piano. Una rete criminale che controlla gli organi vitali del Paese, una vera e propria "doppia piramide" di potere, come la definirà lei stessa.
La Presidente della Camera, Nilde Iotti, chiama Tina Anselmi. Le chiede di presiedere la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla P2. Tina ci pensa solo quindici minuti, telefona a un amico giurista, e accetta. È l'unica donna all'interno di una commissione di quaranta uomini.
E qui, la staffetta "Gabriella" torna in prima linea. Tina scava. Legge migliaia di carte, indaga, non guarda in faccia a nessuno. Trova i collegamenti tra la P2, i servizi segreti deviati, la finanza criminale. Non si ferma davanti ai nomi intoccabili, nemmeno a quelli dei colleghi del suo stesso partito, la Democrazia Cristiana.
E la reazione del sistema è feroce. Quando il Potere non può comprarti, prova a distruggerti.
Inizia una campagna sistematica di delegittimazione. Tina Anselmi viene derisa, insultata, isolata. Le danno della pazza, dell'isterica, dicono che vede complotti ovunque. Il suo stesso partito le volta le spalle, la confina ai margini, la esclude dai ruoli che contano. Nelle elezioni del 1992, dopo quasi trent'anni in Parlamento, non viene rieletta, complice il crollo del sistema dei partiti e il disinteresse delle correnti della DC che l'avevano ormai abbandonata.
Il Potere ha punito l'arrogante pretesa di una donna di voler fare pulizia nel santuario degli affari sporchi della Repubblica.
Tina si ritira a Castelfranco Veneto. Continuerà a parlare ai giovani, nelle scuole, a scrivere, a difendere la memoria della Resistenza fino alla sua morte, avvenuta nel 2016. Più volte la società civile e la base politica chiederanno a gran voce il suo nome per la Presidenza della Repubblica, come prima donna al Quirinale.
Gelli, ormai vecchio, tenterà persino di chiederle un incontro chiarificatore trent'anni dopo. Tina, coerente fino all'ultimo respiro, rifiuterà persino di riceverlo.
Torniamo al presente e guardiamo il mondo di oggi. Guardiamo la facilità con cui la politica odierna non si cura troppo dei problemi etici, il modo in cui i valori vengono sostenuti e poi rinnegati e poi ritrattati; la sottomissione dei diritti civili a calcoli elettorali, l'uso delle istituzioni come un trampolino per l'interesse personale.
E poi guardiamo Tina Anselmi.
Il collegamento con Lidia Poët è qui, evidente. Lidia lottava per scardinare la porta ed entrare. Tina quella porta l'ha abbattuta, si è seduta nella “stanza dei bottoni” e ha usato il potere dello Stato per difendere gli ultimi, i malati, i diritti delle donne. Ha dimostrato che le istituzioni non si occupano solo dall'esterno con la protesta, ma si cambiano dall'interno, con lo studio, la fermezza e una spaventosa integrità morale.
Ci hanno insegnato che la politica è l'arte del compromesso al ribasso. Tina Anselmi ci ha dimostrato che la politica può essere l'arte della dignità e del servizio. Ha messo in crisi il Potere perché non aveva nulla da perdere, se non la propria onorabilità. E quando il Potere ha cercato di piegarla con i miliardi o di spaventarla con il fango, lei è rimasta immobile. Perché chi ha visto i martiri di Bassano sa perfettamente da quale parte della storia bisogna stare.
Crediti Musiche
Intro e Outro:
credits to Speak the truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
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