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Richiede circa 10' di letturaCiao, io sono Valentina. In ogni puntata vi racconterò delle storie, distanti tra loro nel luogo e nel tempo, che si riveleranno più vicine di quanto non sembrasse, in un mix di cultura, storia e attualità.
Benvenuti a Io non sono nessuno.
“Nessun uomo può essere ricercato o messo sotto accusa a causa degli scritti che avrà fatto stampare o pubblicare su qualunque argomento a meno che non abbia provocato deliberatamente la disubbidienza alla legge, l’avvilimento dei poteri costituiti, la resistenza ai loro atti, o qualcuna delle azioni dichiarate delitti o reati dalla legge. - La censura sugli atti dei poteri costituiti è permessa, ma le calunnie volontarie contro la probità dei pubblici funzionari e la rettitudine delle loro intenzioni nell’espletamento delle loro funzioni potranno essere perseguite da coloro che ne sono oggetto.”.
Potreste pensare che si tratti di una legge liberale forse un po’ ambigua, magari di un paese autoritario…beh, si tratta di un pezzo del Capitolo V, articolo XVIII della costituzione monarchica varata il 3 settembre 1791 in Francia.
Due anni prima era cominciata la Rivoluzione Francese che segnerà un punto di rottura così forte per l’intera storia dell’umanità da avere un riverbero lungo fino ai giorni nostri. Il viaggio di oggi comincia in quei giorni, passa per gli Stati Uniti e termina nella nostra penisola. La Storia e lo studio della comunicazione politica e giornalistica sono gli aiutanti magici del nostro percorso.
Per iniziare questo viaggio, vorrei ricordarvi meglio il contesto storico in cui ci troviamo. 1789, due anni prima dell’articolo citato, era cominciata la Rivoluzione Francese come sappiamo e durante quegli anni tumultuosi il popolo borghese e tutti coloro che non avevano diritto al voto, né alcun altro diritto praticamente, si interrogavano a Parigi su quali fossero i diritti inviolabili degli uomini e quale fosse la forma di potere più consona per garantire quei diritti: una cosa era certa, così non si poteva andare avanti.
Tutti conosciamo la formula celeberrima: Liberté, égalité, fraternité.
Una donna, tra i visionari di quel tempo, Olympe De Gouges, aveva scritto la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Una roba avanti anni luce per i suoi tempi.. un po’ troppo avanti in effetti, fu poi ghigliottinata dal terrore giacobino pochi anni dopo. Ma a parte ciò, l’aria che tirava era di fermento: i nobili e il clero iniziavano a capire che il loro potere illimitato era finito e una nuova epoca stava arrivando. Moltissimi fuggirono negli imperi vicini. Altrettanti persero molti dei loro averi, confiscati dai rivoluzionari in quei giorni di battaglia. Il povero e il borghese si erano armati, la loro rivalsa sembrava imminente.
Ma l’esito della Rivoluzione non fu affatto quello che ci si aspettava. Scrivere una legge per dare un diritto non indicava affatto che poi quel diritto venisse davvero garantito, e le assemblee costituenti, ovvero quelle assemblee dove si cercavano i modi migliori di scrivere una costituzione che rispecchiasse i valori fondanti della rivoluzione stessa, si accorsero presto che ogni parola poteva essere interpretata e la costituzione monarchica che ho citato ne fu un esempio: da un lato si voleva dichiarare un diritto ma nella realtà questo diritto non viene rispettato e anzi viene limitato dalle righe successive. I rivoluzionari cadono in questo errore in tutte le costituzioni che vengono promulgate.
Forse la peggiore delle varie costituzioni varate durante la Rivoluzione è quella di due anni dopo, quando ormai la rivoluzione aveva preso una piega autoritaria, e quando venne approvata la “legge dei sospetti”, che introduceva quello che potremmo definire nei fatti un reato di opinione, che se la prendeva anche con scritti, azioni, condotte e relazioni di coloro i quali avevano il coraggio di denunciare i processi senza appello e le condanne di morte inflitte durante gli anni del Terrore giacobino.
Se avessimo chiesto proprio ai Giacobini che governavano quel regime il perché di tutte quelle morti, di quelle leggi liberticide, proprio loro che erano repubblicani, loro che erano contro il potere assoluto del Re, loro avrebbero risposto che lo facevano per salvaguardare la Repubblica, appunto. Un cortocircuito quindi. Ma forse, rende meglio l’idea di ciò che pensavano i Giacobini la risposta di Danton, uno dei suoi massimi esponenti: «Siamo terribili per dispensare il popolo dall’esserlo».
Pochi anni dopo, a Filadelfia, nel 1798 nasceva un dibattito nelle ormai ex colonie britanniche del nord America. I 16 Stati Uniti di allora erano divisi internamente, sintetizzando molto, tra i federalisti, che cercavano un accentramento del potere nel Congresso, e i democratici-repubblicani (sì, lo so, sembra oggi una cosa impossibile chiamarli così, ma all’epoca erano la stessa cosa) che invece vedevano nell’indipendenza di ciascuno stato la via maestra.
Ciò che successe qui è per me assolutamente incredibile per la somiglianza con il momento storico in cui siamo oggi.
Nel luglio di quell’anno i Federalisti avevano proposto una legge, chiamata Sediction Act, di cui si discuteva in Senato. Tenete presente che il Presidente era un federalista. Il dibattito si accese molto quando uno dei senatori accusò deputati e giornalisti repubblicani (che vi ricordo, per le politiche che avevano allora in realtà equivalgono a quelli che oggi chiamiamo “democratici” negli Stati Uniti) di aver ordito un complotto contro l’amministrazione presidenziale. In particolare accusavano un foglio di Filadelfia, l’Aurora, di aver pubblicato falsità sull’amministrazione e sulla legge in discussione nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica.
Ciò che l’Aurora aveva scritto in realtà era che il Sediction Act avrebbe di fatto impedito di denunciare i misfatti dei potenti. I repubblicani contestavano la legge in aula perché in contrasto con il primo emendamento che dichiarava “Il Congresso non farà alcuna legge [...] per limitare la libertà di parola o di stampa”. Inoltre temevano che venisse usata contro gli avversari politici, nel tentativo di appiattire il dibattito e zittire le opposizioni.
Purtroppo il Sediction act fu approvato e i sospetti dei repubblicani si rivelarono più che fondati. Iniziò una campagna di persecuzione vera e propria: deputati e giornalisti furono incarcerati, anche solo per ciò che avevano detto a voce. La pena massima erano due anni di carcere e fino a 2000 dollari di ammenda, che potete immaginare fossero tantissimi per la fine del Settecento, i loro beni potevano essere confiscati. L’unica difesa: dimostrare che non fossero in malafede quando hanno fatto quelle dichiarazioni. Contate anche che la legge puniva chiunque proferisse discorsi falsi, scandalosi e maligni contro il Presidente e i membri del Governo, ma non contro il Vicepresidente (che all’epoca era Jefferson, un repubblicano).
Non c’è molta differenza tra il Sediction Act e la Legge dei Sospetti. Certo, la seconda ti metteva direttamente alla ghigliottina in pratica, quindi era peggiore, ma nei fatti, vietavano le stesse cose. O forse è meglio dire: proteggevano le stesse cose: il potere dei potenti… e forse vi farà piacere sapere che questa campagna persecutoria non piacque affatto agli elettori e pochi anni dopo fu Jefferson a essere eletto presidente, il quale, per prima cosa abolì quella legge, graziò i condannati e fece capire fin da subito che i suoi metodi non sarebbero stati quelli dei federalisti oppressori.
Dopo i fatti narrati, in Europa, ci fu la cosiddetta “Restaurazione”, ovvero il tentativo di riportare le cose com’erano prima della Rivoluzione. Ma da allora qualcosa di profondo era cambiato, le coscienze erano state svegliate: il popolo sapeva finalmente di essere in maggioranza e che con un po’ di organizzazione avrebbe potuto sconfiggere la tirannia. Cominciarono i moti rivoluzionari e iniziarono quelle battaglie che tra le altre cose, portarono fino all’Unificazione della nostra penisola.
Proprio in Italia voglio portarvi per il finale di questo episodio.
Partiamo dalla notizia al centro di tutto: verso la fine del 2024 è passato l’emendamento Costa (dal nome di un deputato di Azione, tra l’altro) che introduce delle modifiche alla Legge Orlando in materia di pubblicazione di atti legati a processi od ordini cautelari da parte dei giornali. Nello specifico, il testo inizialmente doveva “solo” (si fa per dire) vietare la pubblicazione delle ordinanze cautelari: cosa sono? A grandi linee, sono quegli atti redatti da giudici, su richiesta di un PM, che contengono informazioni chiave per l’udienza preliminare, quali potrebbero essere i reati imputati, e quali sono le misure cautelari prese. Per intenderci: se io sono un politico e forse hanno delle prove che potrebbero incriminarmi per qualcosa che ho fatto, le informazioni chiave di questa vicenda sono contenute nelle ordinanze cautelari.
Ma il testo dell’emendamento non solo ha fermato la pubblicazione di questi atti sui giornali, ma ha esteso il divieto per i giornalisti anche agli altri atti delle indagini che non sono coperti da segreto. Vieta addirittura anche la citazione di un passaggio testuale qualsiasi e questo divieto riguarda anche le custodie cautelari in carcere e gli arresti domiciliari.
Cosa dovranno fare quindi i giornalisti? L’unica cosa che potranno fare è scrivere di proprio pugno ciò che hanno interpretato dalle fonti… anche quando gli atti sono pubblici. Ma senza citare testualmente le fonti, che credibilità può avere un articolo, un pensiero, un’opinione? Togliere la citazione testuale della fonte significa togliere le prove di ciò che si dice di fatto. Le argomentazioni delle tesi dei giornali saranno più deboli perché se le prove non sono pubbliche vincerà solamente chi persuade meglio il suo pubblico, vincerà chi fa l’operazione di comunicazione persuasiva migliore, non chi ha ragione.
Sì, la comunicazione sui giornali usa la persuasione, esattamente come fa la comunicazione della politica. Non lo dico io, lo dicono gli studi e le ricerche fatti anche con programmi di marcatura delle parole come TreeTagger, tramite i quali si è visto chiaramente come sono composti i discorsi politici e quelli giornalistici, quali le parole più ricorrenti e si è confrontato il significato del lessico utilizzato con il significato che quello stesso lessico ha in un vocabolario e il modo in cui viene utilizzato durante il discorso politico e giornalistico. Questa operazione si chiama rinegoziazione semantica. Però, capisco che sia un po’ complicato e magari sembra che la mia sia una tesi astrusa, ma lasciatemi spiegare meglio il concetto attraverso le parole della Professoressa Raffaella Petrilli. Prima di tutto voi sapete senz’altro che ogni settore ha il suo linguaggio specialistico, ovvero quell’insieme di termini, modi di dire e modi di comunicare che riguardano un settore. Per dire: i medici hanno i loro, gli psicologi ne hanno altri, i matematici altri ancora etc. Ecco, dal punto di vista della comunicazione, il linguaggio politico si può definire come quel linguaggio specialistico il cui scopo è, e cito Petrilli, “mettere in discussione l’univocità referenziale dei termini a favore di una diversa definizione, legata alla prospettiva di parte assunta dal parlante”. In soldoni: il politico ha una sua visione delle cose che vuole imprimere sul suo pubblico. Per farlo utilizza alcune parole e ne mette in discussione il significato dato da un vocabolario per aggiungere sfumature di senso diverse, che vadano a favore della sua prospettiva di parte. E’ quel che si dice “tirare l’acqua al proprio mulino”.
E questo è un esempio calzante di ciò che ho appena detto: Salvini che afferma che “la decarbonizzazione non è la cazz*ta di mettere fuori legge le auto a benzina e diesel”. Cioè, è piuttosto evidente che se devi abbandonare il fossile, le auto a benzina e le diesel dovrai pur smettere di usarle, altrimenti la logica stessa va a farsi friggere… poi possiamo discutere di come la si mette in atto questa decarbonizzazione ma di sicuro non si può negoziare sul significato di decarbonizzazione se si vuole fare un discorso serio in merito, dai. E lo stesso quando sentiamo nominare la libertà di espressione da estremisti di destra che però vogliono zittire gli avversari di sinistra. Anche questo è un cortocircuito evidente.
Credo abbiate riconosciuto la voce di Sigfrido Ranucci, giornalista d’inchiesta e conduttore di Report sulla Rai, da 30 anni. Non penso ci sia altro da aggiungere al suo discorso, se non un’informazione a sostegno dei timori di Ranucci, che sono certa non siano solo suoi, informazione aggiornata al 2024, direttamente dal sito di Reporters Sans Frontiers, che se non lo sapete è la ONG che si occupa, tra le altre cose, di rilevare con metodo scientifico l’indice per la libertà di stampa dei paesi del mondo.
Nel mondo, l’Italia è solo 46esima, peggiorata quindi di 5 posizioni rispetto al 2023.
Sopra di noi le isole Tonga. Sotto di noi la Polonia. Per dire: Capo Verde, la Macedonia, la Namibia, la Moldavia: sono tutte sopra di noi. Cozza parecchio con l’idea che generalmente abbiamo del nostro paese e soprattutto con l’idea di libertà che il Governo sembra voler dare a bere all’opinione pubblica.
Ma sono sicuramente io che mi sbaglio. Queste cose non sono collegate e i miei sono solo film mentali e voli pindarici. Lo sapete, tanto, io non sono nessuno.
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Music credits:
Intro and outro song: credits to Speak The Truth - Go By Ocean/Ryan McCaffrey
Other songs credits (Librerie YouTube e Freesound License CC0):
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